IL SONNO VERDE
ATTO 1
SCENA 1
Alba. In un angolo del palco vediamo un pagliericcio, su cui giace, dormiente, una giovane ragazza.
Martina si sveglia, si stira, si pone a sedere.
MARTINA: Nessuno più di me è in grado di apprezzare la varietà cromatica. Blu, giallo, rosso... verde! Adoro questo colore; se potessi, dipingerei tutto della tonalità dell'erba: verde il cielo, verde l'acqua, verde la luna, verde il sole. Talvolta mi riesce d'immaginare come sarebbe il mondo, se un unico colore prendesse il sopravvento; e mi ritrovo divertita a ridere nell'immaginare un mondo tutto nero, in cui ogni uomo non sia in grado di vedere nemmeno dove stia camminando. Divertente! Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto! Un giorno mi sono messa a contare le pecore. Ne ho contate a decine, a centinaia, ma non mi è per nulla servito a conciliare il sonno, affatto! Più le contavo, meno mi riusciva di dormire e più bramavo vedere quanto a lungo avrei contato. Anche ieri sera mi ci sono cimentata, tuttavia proprio non ricordo fino a che numero io sia arrivata: m'ha distratto il profumo di latte che proveniva dalla finestra del fienile ove mi trovo. Ho immaginato che i proprietari avessero nella casa contigua una mucca e che la mungessero fino a quell'ora! ...Ah, adoro il latte! Cioè: dipende. Freddo non tanto. Caldo, però, sì: tutto il calore mi scende lungo la gola e mi fodera lo stomaco, quasi avesse le proprietà d'una coperta!
Si alza dal comodo giaciglio che si era ricavata nella paglia.
MARTINA: Penso che sia ora di andare in piazza a cantare. Non v'è niente di meglio, per iniziare bene una giornata.
Si dirige verso il centro del palco, ove è locato un pozzo, il fulcro del piazzale.
Tre popolane s'affacciano sulla scena, camminando coi cesti di biancheria in mano, dirette al fiume.
MARTINA(grida): Sveglia! Levate il capo dal guanciale, rizzatevi in piedi e ponetevi in ascolto! Ora mi esibirò nel mio brano migliore!
PRIMA POPOLANA: Zitta, stolta!
SECONDA POPOLANA: Taci e lascia che dorma chi ne ha guadagnato il diritto!
TERZA POPOLANA: Torna a casa, svergognata!
MARTINA (perplessa): Perchè tutto quest'astio? Forse che non vi piace il bel canto?
TERZA POPOLANA: Ah! Chiamate Bruno!
SECONDA POPOLANA: Mai che badi a sua sorella!
PRIMA POPOLANA: Qualcuno lo chiami!
Bruno entra in scena. E' affannato, pare aver corso fino allo spasimo. Allunga una mano verso le donne, mentre cammina per andar loro incontro.
BRUNO: Signore mie, non occorre. Eccomi.
PRIMA POPOLANA: Toh! Guardate chi è arrivato! Sentiamo cosa conterà questa volta!
SECONDA POPOLANA: Buono soltanto a scusarsi!
TERZA POPOLANA: Avesse egli maggior giudizio, sua sorella non arrecherebbe tutti questi disagi a noialtri.
BRUNO: Brave donne, perdonatemi. Lo so, son recidivo ed invero ogni volta mi rimprovero e flagello al vostro cospetto, ripetendo mestamente la parte del contrito. Credetemi, signore mie, vogliate ancora una volta appellarvi al vostro buon cuore e concedermi il beneficio dell'indulgenza. Davvero io passo le mie ore cercando al meglio di badare a questa disgraziata, ma -voi sapete- io son fabbro. Non è lavoro da ragazze e non ho cuore di trascinar la mia giovane sorella in siffatto luogo, ove io m'affanno per sfamar me e la mia famiglia. Debbo dunque affidarla, in quell'ore, alle vecchie mani di nostra madre. Esse son divenute fragili, con l'età, han perduto nerbo.
Bruno indica stancamente la sorella, al suo fianco.
BRUNO: E costei ne approfitta, ingrata, per dileguarsi e concedersi all'ozio irriguardoso con cui assilla voi tutti, miei stimatissimi compaesani.
PRIMA POPOLANA: Le tue parole son meritevoli d'attenzione.
SECONDA POPOLANA: Il disturbo arrecatoci è certo minore del peso che tu e tua madre sopportate.
TERZA POPOLANA: Suvvia, basta ciarlare! Poichè Bruno è giunto, nulla ora ci trattiene dal menar le faccende per le quali siamo sortite dai rispettivi usci.
E sorridendogli, non più adirate, proseguono verso il fiume per lavare i panni.
Bruno si avvicina a Martina, alza una mano con l'intento di colpirla al volto, ma poi desiste e riabbassa l'arto. China il capo su di lei, sporca e disordinata ed accenna un sorriso di comprensione. Martina gli sorride di rimando. Egli, quindi, le pone le mani sulle spalle.
BRUNO: Sorella mia, cara, forse che non siamo ancora abbastanza maltrattati dalla sorte? Non comprenderai mai quale sia il senso della responsabilità e quanto sia pericoloso aggirarsi sola, di notte, di questi tempi? Ho temuto il peggio: ho perlustrato tutta notte ogni vicolo, ripetendo a piene labbra il tuo nome per locande e interrompendo furtivi amori a compenso. Pensa a tua madre: quando son rincasato, lercio di un sudore al quale ancora non mi sono abituato, l'ho trovata in lacrime, assisa sullo scarno letto di cui ora è costretta a contentarsi.
MARTINA: Cosa mi vuoi dire, Bruno? Io responsabile delle pene materne? Con la sopraggiunta maturità hai forse scordato i desideri d'un giovane? Io voglio osservare coi miei occhi i cambiamenti stagionali della natura che mi circonda e non farmeli narrare dalla tua voce. Ho fieno tra i capelli e fango sulle vesti e per ciò tu mi condanni. Proprio tu che, essendo mio fratello, dovresti essere il più indulgente fra tutti e comprendere i miei bisogni.
BRUNO: Non che io ignori i tuoi bisogni, Martina, pur tuttavia non mi riesce d'inculcarti la comprensione del mutamento dei tempi. Io son stato fortunato: ho vissuto la tua età in altra epoca, più lieta. L'oggi ha privato la gioventù del suo trasporto, tramutandola celermente in una breve parentesi fra l'inconsapevolezza dell'infanzia e la fatica dell'età adulta. Guardati: sei sola. Nulla vi è in te che possa spingere al tedio gli altri: sei gioviale, sincera, piacevole. Eppure sei sola. Dove sono i tuoi coetanei?
MARTINA: Ah! I miei coetanei! Bella gente! Intrattabili quanto quelle tre comari alle quali prima ti sei rivolto così servilmente!
BRUNO: Si chiama educazione, la mia. E non servilismo. Vedi? I tempi son cambiati e tu continui a non prenderne coscienza. I tuoi coetanei sono contadini, sono operai, sono apprendisti di bottega. Imparano un mestiere, con fatica. Guardami: per me, che ho trent'anni, impratichirmi nell'uso di ferri è stato faticoso quanto per nessun altro. Dolorosi calli si sono fatti strada sulle mie mani, segnandomi i palmi un tempo lisci. Il poco denaro che guadagno coi miei sforzi sopperisce a malapena alle necessità più umili che ci governano. Rifletti, cara: forse sarebbe il caso che t'approcciassi ad una professione a te consona o che ricercassi marito.
MARTINA: Di mariti non sento ancora il bisogno. Ci sei già tu a dettarmi le comuni regole a cui dovrei attenermi. E se non altro, conosco la tua indole: sei accomodante. Quanto ad un lavoro, non ne ho la minima intenzione. E non per alterigia me ne discosto, bada, bensì per senso pratico: il lavoro assorbe ogni energia. M'impedirebbe di...
BRUNO: Taci! Sei senza pudore. Dovrò quindi mantenerti a vita, per consentirti di restare in un giardino dorato che ormai esiste solo nella tua fantasia? Ti prego di seguirmi a casa.
A Martina fremono le labbra. Incrocia le braccia, pesta i piedi.
MARTINA: Saluta la mamma. Dille che passerò a trovarla, un giorno.
Martina si volta e fa per incamminarsi nella direzione opposta a quella da cui è giunto Bruno. Il fratello la branca per un braccio.
BRUNO: Temo tu non abbia compreso: il mio tono non desiderava lasciar spazio ad una tua replica.
MARTINA: Lasciami. Mi fai male.
Bruno allenta la presa, Martina si divincola, riesce a liberarsi e accenna ad una fuga. Fatti tre passi, tuttavia, incoccia nel corpo d'un passante che si era frapposto alla sua corsa. Cade e resta in terra ad osservarlo.
MARTINA: Mi scusi, signore.
POLO: Di nulla, ragazza.
Il nuovo venuto le sorride. E' vestito di stracci, ha una sacca a tracolla e la sua mano destra impugna un bastone col quale segna il passo, su cui è legato un laccio con un campanellino.
POLO: Vogliate perdonarmi: giungendo per la via, non ho potuto fare a meno di ascoltare il vostro alterco.
BRUNO: Comuni dissidi tra fratello e sorella, signore, che ritengo non vi riguardino.
POLO: Non ho intenzione di esprimere un giudizio, in merito. Me ne guardo. Tuttavia, forse, posso rappresentare una soluzione soddisfacente per entrambi.
Martina, ora, osserva il nuovo venuto con curiosità. Si alza.
MARTINA: La prego, si spieghi!
POLO: Permettetemi: mi chiamo Polo e sono un viandante. Lavoro per un vecchio studioso, un botanico che vive in questo borgo. Il mio compito consiste nel ricercargli specie sempre nuove di piante, affinché egli possa catalogarle e scriverne le virtù in un grande libro al quale da anni si applica anima e corpo.
Polo guarda Bruno negli occhi.
POLO: Ebbene, mi chiedo se sua sorella possa esser interessata ad accompagnarmi nelle mie peregrinazioni senza meta, alla ricerca di fiori e arbusti.
MARTINA: Oh, sì! Sarebbe meraviglioso! Poter stare a contatto con la natura, vivere avventure, conoscere il mondo!
BRUNO (si rivolge a Martina): Patire la fame, non aver luogo ove ripararvi ed a cui far ritorno la sera, esser esposti a freddo, malanni, animali e malintenzionati. Temo che tu non stia valutando ogni aspetto di tale proposta.
MARTINA: Fino a quando vorrai pormi freno? Lascia che io segua quest'uomo o almeno concedimi il tempo di cullarne l'idea senza ossessionarmi col tuo realismo! Patire la fame? Ci sfameremo di more selvatiche. Freddo? Intesserò trame con foglie d'ortica! Malanni? Dove credi io abbia dormito stanotte? Eppur son sana come mai prima d'ora. Animali? Che vengano! La carne è un lusso che non mi concedo da tempo! Malintenzionati? Col temperamento che tu stesso mi riconosci, credo che siano loro a dover temere!
BRUNO: Costui sarà certo un gentiluomo, ma è la prima volta che lo incontro. Non posso permettere che tu vada per il mondo insieme ad una persona incontrata per caso in istrada.
Bruno si volta verso Polo.
BRUNO: Ciò sia detto senza desiderio d'offenderla, signore. Comprenderà le mille perplessità che turbinano nella mia mente: non mi ha ancora comunicato quale beneficio potrebbe arrecarle l'aiuto di una ragazza quale mia sorella. Inoltre, che vita posso sperare che ella conduca, se i guadagni ottenuti -mi perdoni- non consentono ad uno solo di vestirsi in modo acconcio?
POLO: Non si scusi, le sue osservazioni sono pertinenti ed è lecito che lei abbia risposta alle domande che mi pone. La compagnia di sua sorella sopperirebbe alla solitudine in cui mi calo per giorni, a volte per settimane, fra boschi e selve, alla ricerca anche del più minuto germoglio di cui io ignori l'esistenza. Un volto sereno e due parole possono recar grande ristoro. Il lavoro, inoltre, non implica carichi gravosi, perciò non esclude la possibilità che sia una ragazza ad assistermi. Quanto all'abbigliamento di cui faccio sfoggio, riconosco non sia all'ultima moda parigina, ma vi è una precisa scelta retrostante: l'apparenza inganna, egregio signore, e con tale vestiario non mi do pena di eventuali aggressioni in quanto nessuno potrebbe esser tentato di metter a repentaglio la propria vita, rischiando la forca, per sottrarre le poche monete che uno straccione come me si presuppone abbia con sé. Mentre in realtà il signor Procella -questo il nome del botanico - sa esser assai munifico.
Bruno tentenna, meditabondo. Martina lo incalza, tirandogli una manica. Gli sorride sorniona.
MARTINA: A quanto pare, costui sembra replicare con assennatezza a tutti i tuoi quesiti e infondere quiete là dove tu inculchi timori d'ogni risma...
BRUNO: Ammetto che sembri trattarsi di un dono della sorte, ma...
POLO: Non desidero affrettare la decisione. Ho colto dalla vostra precedente disputa che avete una madre costretta a letto. Forse avrete premura di consultare anch'ella prima di esprimervi a riguardo. Nel mentre, io potrei presentare vostra sorella allo studioso, da cui mi sto recando or ora. Egli abita nella vecchia casa in legno rosso, di fronte alla bottega del signor Tosco, il maniscalco.
BRUNO: La conosco. Credo si possa proceder in tal modo.
Bruno sorride, prima in direzione di Polo, poi della sorella. Quest'ultima batte le mani, entusiasta.
MARTINA: Sì! Non indugiamo oltre, allora!
Si scuote la paglia dai capelli, poi si tocca il viso con preoccupazione.
MARTINA (a Polo): Oh! Un attimo soltanto, la prego!
Va verso il pozzo, ne trae una secchiata d'acqua e si bagna il volto per togliere il fango. Con le mani si ravviva i capelli scomposti.
BRUNO (ridendo): Ah! Ah! Repentine nascono in te nuove attenzioni? Quante novità avrò da narrare a nostra madre!
MARTINA (allegra): Oh taci, suvvia! Solo qualche accorgimento. Non m'hai sempre raccomandato educazione e decoro?
BRUNO (ironico): Le mie parole mi si rivoltano contro. E' ora ch'io vada: ancor un attimo e potrei veder sorgere in te perfino un animo sensibile!
MARTINA (allegra): Oh! Villano!
Alza una mano, con fare evocativo, emulando quanto fatto prima dal fratello. Sorride. Poi si avvicina a Bruno, gli cinge il collo con le braccia.
MARTINA: Bacia la mamma da parte mia. Dille che l'oggi si è colorato del verde più intenso per me.
POLO: Ci ritroveremo nuovamente fra un'ora, in questo stesso luogo.
I tre si accommiatano, Bruno torna per dove è venuto, Martina e Polo in direzione opposta.
ATTO 1
SCENA 2
Bruno giunge a casa. La madre è seduta su una sedia. Le mani, nervose, giocano fra loro. Alle sue spalle arde la legna in un caminetto. L'unica concessione al lusso presente nella spoglia stanza è un vaso di fiori colorati, disposto sopra il tavolo, in centro stanza. Anna guarda con apprensione il figlio e geme.
ANNA: Solo! Non hai dunque trovato tua sorella?
Bruno le sorride ed in lei l'angoscia si placa un poco. Le si siede accanto e raccoglie le mani materne fra le sue.
BRUNO: Cancella il timore dal volto, madre. Porto buone nuove.
Avvicina il capo e con tono sereno le narra gli accadimenti succedutisi.
Nel mentre, in altro luogo, più precisamente in casa del dottor Procella, la scena si svolge similare ma con altri interpreti. Dalle pareti fanno capolino numerosi testi; assiso sulla sua poltrona, il padrone di casa ascolta Polo, il quale ha appena edotto lo studioso sulla sua decisione di prendersi a carico un'apprendista.
PROCELLA: No. Mi par fuori luogo. E una ragazza, poi!
POLO: Non vedo come ciò possa esser un impedimento.
PROCELLA: Ma non è uso! Chi è costei? Quale interesse può nutrire alla sua età per la scienza che umilmente servo?
POLO: E' l'età o l'indole a stabilire la grandezza delle pulsioni? Forse lei da giovane ripudiava gli studi che ora persegue?
PROCELLA: Non s'adombri dietro sterili cavilli dialettici. Non è in discussione la mia persona, ora. Io la pago -e non poco, converrà- affinchè svolga in mia vece mansioni di ricerca che la natura, menomandomi, ha impedito effettuassi in prima persona. Non è compito eccessivo per uno solo. Non vedo bisogno d'incrementare il foraggiamento per sopperire alla sua ansia da solitudine.
POLO: Non prosegua oltre, se è questo il timore che nutre. Non le chiedo ulteriori esborsi. Dice bene: lei paga i miei servigi adeguatamente. Sarà mia premura cedere una parte dei miei stessi guadagni alla ragazza.
Il biologo si porta una mano al mento, pare meditare sulla richiesta. D'un tratto si volta con aria interrogativa verso Martina, fino a quel momento silenziosa.
PROCELLA: E tu? Quale intento ti muove?
Con tre dita, Martina si accarezza una ciocca, sistemandola dietro l'orecchio.
MARTINA (pacata ma decisa): Io? Cosa desidera sapere di me? Se conosco le piante o l'erba? Sono stata in loro compagnia fino al sorgere del sole.
PROCELLA (rivolto a Polo): Insolente, la ragazza. E vagabonda, per di più, se si vuol credere alle sue parole. E' questa l'adeguata compagnia che lei cerca?
POLO: Schiettezza e non insolenza io ho udito. Da quando è considerata un difetto?
PROCELLA (a Polo): Da quando si pretende che essa stia alle mie dipendenze.
PROCELLA (a Martina): Prendete una qualunque ragazza, donatele eloquio, ragionevolezza ed intelletto: ne otterrete un uomo.
MARTINA (a Procella): Prendete un qualunque vecchio, privatelo del denaro e gli avrete estorto l'ultimo barlume di mascolinità.
PROCELLA (a Polo): Qui si scade in trivialità da taverna!
MARTINA (a Polo): La misoginia ha invece radici aristocratiche!
POLO: Via! Prego entrambi di placare l'astio che vi contrappone. Non mi sono assentato da questi luoghi due settimane al solo fine di godere di tale visione.
Il botanico ha un sussulto. In un attimo si rammenta il motivo primario per il quale Polo è giunto al suo cospetto. Svanisce come rugiada al sole l'ira dal suo volto.
PROCELLA (a Polo): Ebbene? Cos'avete reperito questa volta? Mostratemi, vi prego.
Polo estrae dalla sacca (che fino ad allora aveva tenuto in spalla) un contenitore metallico. Lo apre: al suo interno, disseccati, sono deposti alcuni fiori con sei petali ciascuno. Consegna il tutto a Procella. Allo studioso ora fremono le mani. Con fare esitante si tocca il volto, per appurare che gli occhiali siano già al loro posto.
PROCELLA: Oh! Amarillidacee. Sono della famiglia dei narcisi e dei bucaneve, eppure nessuno fra questi mi è noto.
Ora sembra parlare da solo, perdersi fra le proprie elucubrazioni. Rovista nel contenitore.
PROCELLA: Chissà che colore magnifico doveva avere questo. Che rammarico a goderne solo ora che la linfa più non lo vivifica. E qui ci sono dei semi! Mi ha portato dei semi!
Si rivolge a Polo.
PROCELLA: Sono splendidi. Come sempre, valgono l'attesa del vostro rientro. E sono anche numerosi, questa volta: ciò mi consentirà di passare i prossimi giorni fra i miei strumenti.
POLO: Sono lieto vi piacciano. Spero che ciò v'abbia reso d'indole più mansueta. Desidero tuttora il suo benestare all'impiego di questa giovine come mia apprendista.
Procella farfuglia, colto in contro tempo. Fra le mani ha ancora il cofanetto, che sembra attrarlo oltre ogni altra cosa.
PROCELLA: Beh, ecco... Non accetto tali toni -specie in casa mia- e sarà suo ulteriore compito quello di educare questa signorina a che mi si rivolga con il dovuto rispetto...
POLO: Non mancherò.
PROCELLA: ... tuttavia abbiamo già chiarito che ella sarà remunerata da lei ed inoltre quattro occhi e quattro mani ho l'ardire di pensare possano esser doppiamente prodighi di risultati a me graditi.
Un fremito scuote Martina da capo a piedi.
MARTINA: Dunque, signore, acconsente alla richiesta? Potrò lavorare con Polo?
PROCELLA: Auspico di non avermene a pentire.
POLO: Dubito che ciò possa accadere.
Martina non trattiene l'entusiasmo, emette un urlo di giubilo, salta e corre incontro allo studioso, cingendogli le braccia fra le proprie e portandosele al petto.
MARTINA: Grazie, signore!



