Premetto che una soluzione non c'è, giacchè le intenzioni di chi ha "architettato" il paradosso sono di dimostrare che la categoria degli avvocati, come quella dei politici, è tutta dedita ai "sofismi" e perfino agli "illusionismi", e per amore di cassa si prodiga in artifici formali che portano distante dalla "sostanza", ossia i veri valori fondanti la repubblica e il vivere sociale (come ha fatto notare Rael, mi avvedo solo ora[8D]).
(Ma è solo un punto di vista)
Detto questo io mi sono lanciato in una soluzione "giuridica" (del tutto estranea a ciò che il paradosso vuole comunicare), che sottopongo a chi vorrà leggerla, scorrendo in basso la pagina (e delle cui conclusioni non sono ovviamente sicuro al 100%, ma mi sembrano verosimili...)
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L'accordo stretto tra Protagora e Evatlo ai giorni nostri si definirebbe contratto condizionale (art. 1353 c.c.), perchè l'esigibilità della prestazione da parte di Protagora (la somma dovuta dal suo allievo per le lezioni), sarebbe subordinata al verificarsi della condizione secondo cui Evatlo intraprenda o meno la carriera forense, e vinca la sua prima causa. Non è pertanto in discussione il "se" Evatlo debba dei soldi a Protagora, o il "quanto" denaro gli debba, bensì unicamente il "quando" glieli darà.
Tale condizione oggi si defiinrebbe "meramente potestativa", giacchè il suo verificarsi dipenderebbe unicamente dalla volontà di Evatlo. La situazione, infatti, gli consentirebbe di fa si che la condizione non si verifichi mai, per esempio scegliendo un'altra professione, il che lo lascierebbe pertanto libero da obblighi verso il suo maestro.
Ad evitare tale pericolo, il nostro codice civile (art. 1355 c.c.) sanziona con la nullità tale tipo di condizione, che si considera pertanto come non apposta, il che consentirebbe a Protagora di esigere immediatamente la prestazione dal suo allievo. Evatlo pertanto perderebbe la causa. Apparentemente, la sentenza non porrebbe la parola fine circa l'interpretazione dell'accordo, ma andrebbe a costituire un elemento del medesimo, perchè statuirebbe che la condizione non si è verificata (Evatlo non ha vinto). Riempirebbe cioè di significato (negativo) la domanda, contenuta nel contratto, "si è verificato l'avvenimento previsto dalle parti?". Avremmo cioè una sentenza che dice una cosa, e un contratto che dice il contrario proprio a seguito di quella sentenza.
Allorchè in forza della sentenza Protagora richieda la prestazione a Evatlo, egli tuttavia non potrebbe opporre l'eccezione relativa al mancato verificarsi della condizione "ho vinto la mia prima causa" contenuta nel contratto, proprio perchè tale condizione è nulla per i motivi già visti. La sentenza agirebbe cioè "a monte" del verificarsi della condizione, rendendola nulla, e Protagora avrebbe via libera al soddisfacimento del proprio credito, indipendentemente dal fatto se Evatlo abbia vinto o meno la sua prima causa...
