Non sarei più stato me stesso se non fossi riuscito a ritagliarmi del tempo per recensire brano a brano la nuova fatica di Steve, e ritengo anzi un privilegio poter aprire con la mia recensione, sperando che ne vengano altre a seguire.
Cominciamo dalla veste grafica: un bell’azzurro su cartone ruvido, molto bello a vedersi ma com’è noto molto più facile a logorarsi del cartone laminato: assolutamente d’obbligo tenere il disco dentro una busta apposita di polietilene. Come già anticipato, per una volta tanto il disco è in un perfetto
tone sur tone azzurro marmorizzato: detesto quando il disco è in un colore a caso rispetto al resto del lavoro grafico, ed è incredibile viceversa quanto spesso questo accada! Completa il pacchetto un inserto pieghevole con alcune immagini di tema marino-marinaro, molto rielaborate graficamente come da moda del momento; lo definirei abbastanza inessenziale, l’unica immagine che ha destato il mio interesse è quella di un vecchio lupo di mare con indosso quello che suppongo essere un salvagente ante litteram realizzato con decine di barrette di sughero.
Negli articoli letti finora a proposito di questo disco, ho letto più castronerie del solito. Per esempio ho letto che in copertina ci sarebbe una barca. A mio parere è invece palese che si tratti di una boa, come si nota non solo dalla struttura piramidale dell’oggetto, dall’unica lanterna sulla cuspide, ma anche e soprattutto dal cordame di fissaggio.
M’è parso di cogliere anche una generale incapacità nel distinguere i contributi di Hackett da quelli di Rothery, anzi spesso una rinuncia a farlo, cosa che a me invece non sembra impossibile conoscendo molto bene lo stile di Hackett. Conosco meno bene lo stile di Rothery, e c’è anche da dire che i due hanno tecniche intercambiabili: se è vero che Hackett è il maestro assoluto dello
swell (le “note rubate”) e del sostegno infinito, è anche vero che Rothery sa impiegare benissimo lo
swell e che la sua attrezzatura gli consente un sostegno magari non proprio infinito ma sicuramente molto prolungato. Anche come timbro, Rothery che inizialmente impiegava un comunissimo distorsore Boss alla portata di chiunque, si è molto avvicinato al suono pastoso del Line 6 di Hackett. Tenderei comunque ad attribuire ciascuna parte al chitarrista che è storicamente più forte nella particolare tecnica dispiegata nella parte in parola. Sicuramente non ci avrò preso al 100%, ma ci voglio almeno provare.
In generale, come già accennato nei post in alto, ciò che apprezzo di più del lavoro combinato dei due Steve è che non hanno fatto a gara a chi saliva di più verso l’acuto, anzi al contrario gran parte degli assoli si svolge in gamma media o medio-grave con dei meravigliosi suoni distorti di una pastosità esemplare.
THE STORMBrano nettamente bipartito: nella sezione introduttiva dopo alcuni rumori marini (onde che si infrangono e gabbiani) il disco si apre con i violini del Mellotron a cui si sovrappone un primo assolo che attribuirei convintamente a Rothery, mentre ritengo di Hackett gli accordi ritmici “a marcia” in gamma grave sottostanti.
Alla partenza del secondo movimento, nonostante il radicale cambio di ritmo la struttura rimane sostanzialmente la stessa: accordi dissonanti di violini del Mellotron e cupe grattate di chitarra elettrica ritmica. Presto arriva però una meravigliosa apertura con uno stupendo assolo cantabile, iniziato direi quasi certamente da Steve Rothery in gamma media, che dopo alcune battute cede il passo a Steve Hackett che parte molto pastosamente in gamma medio-grave, per salire poi progressivamente verso l’acuto. Il timbro delle chitarre di entrambi, semplicemente magnifico, è retto da un bell’Hammond distorto. Purtroppo la batteria si limita ad accompagnare e non sottolinea come potrebbe i passaggi più arditi di questo bello strumentale. Successivamente riprende la mano Rothery. Si giunge ad un’oasi finale placida e serena caratterizzata da bei suoni di pad e da note sparse di chitarra elettrica, fino alla chiusura su un potente riverbero.
VOTO: 9.SANDSENDBrano che sulle prime sembra interlocutorio, con una ritmica di medio tempo vagamente jazzata, aperto da Hackett al quale risponde quasi immediatamente Rothery in contrappunto. La parte migliore comunque è il cambio centrale d’armonia, sulla quale i due Steve (a mio parere apre Hackett e prosegue poi Rothery) suonano una bella aria che ricorda qualcosa di Spectral Mornings e di Sierra Quemada. Suggestivo anche il finale, in cui il ritmo si “smonta” e tastiere e chitarre intessono affascinanti atmosfere velate di malinconia.
VOTO: 7.RED DRAGONIl suono iniziale, da alcuni ingenui scambiato per “cornamuse”, è in realtà una ghironda, purtroppo campionata. La ragione per cui è campionata è perché i musicisti non sono riusciti a procacciarsene una autentica – e pensare che se mi avessero telefonato avrei potuto procurargliene una nel giro di mezza giornata.
Subito dopo parte un bel ritmo squadrato, sottolineato da accordi di chitarra appena distorta, ma purtroppo nuovamente marcato da una batteria priva di pathos e di energia. Apre Rothery con note di chitarra con un potente effetto tremolo, alle quali risponde Hackett con mini-assoli a sostegno infinito. Dopo alcune battute giunge il primo dei ritornelli con suono di sitar elettrico, dichiaratamente suonato da Hackett. Si presenta anche un ponte con chitarra acustica, dopo il quale rientra il sitar elettrico, sovrapposto al quale c’è un assolo che attribuirei a Hackett per via dell’effetto
whammy che si diverte spesso ad impiegare. Nel finale si sovrappongono all’orchestrazione anche alcuni stacchi di archi, poi tutto si chiude sul ritorno alla ghironda con un profondo effetto riverbero. Brano dall’andamento allegro e dalla struttura sufficientemente complessa ed elaborata.
VOTO: 8.THE ROARING WAVESLa chitarra classica che apre il brano è –
ça va sans dire – ovviamente di Hackett: bella introduzione, molto ben incisa, in cui presenta un’interessante varietà di tecniche. Stacchi di violini rendono drammatica l’atmosfera, al di sopra della quale si staglia un assolo che sembra palesemente di Hackett (ma ripensandoci potrebbe anche corrispondere al timbro di Rothery) potentemente riverberato. Dopo un fill di batteria (assolutamente non potente e marcato come avrebbe dovuto essere) prende la parola Rothery con un bell’assolo che riporta all’andamento drammatico punteggiato da stacchi di archi. Torna Hackett con un assolo caratterizzato da numerose note glissate, poi Rothery con un bellissimo assolo in gamma medio-grave. Quanto mi piace che non insistano a salire in gamma acuta!
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Torna la chitarra classica, ma questa volta inserita nell’orchestrazione e leggermente distorta (che arrangiamento particolare!). Le note di archi sottolineano ulteriormente il carattere malinconico del pezzo, mentre Rothery ripropone il tema con un bellissimo assolo suonato con una chitarra elettrica quasi pulita (notare: classica distorta, elettrica pulita!), sulla quale presto si inserisce Hackett in contrappunto. Si chiude tornando ancora una volta alla chitarra classica di Hackett, con in sottofondo in lontananza un pianoforte ed il violino del Mellotron. Finale meraviglioso.
VOTO: 9.K-129Altro brano nettamente bipartito, che si apre su una ritmica sequenziata che ricorda certa musica elettronica. Le chitarre dei due Steve presentano tutta una serie di effetti d’atmosfera, chorus profondissimi, note risucchiate (quasi certamente dovute ad Hackett), mini-assoli. Anche in questo caso purtroppo la batteria è priva di energia, e non picchia come dovrebbe in alcuni stacchi che potrebbero invece far venire giù i muri. Comunque, bene o male il ritmo si fa più marcato e si aggiunge anche un piano, fino alla dissoluzione con suoni d’atmosfera sovrapposti al sibilo cupo di un sonar.
Quando tutto ha lasciato pensare che si stesse giungendo alla conclusione del pezzo, il brano riparte invece improvvisamente da zero retto da un bel ritmo squadrato, sul quale parte un bell’assolo di Hackett con frequente ricorso al sostegno infinito, con continue incursioni di Rothery e alcune parti in duetto e contrappunto. In questo punto la batteria raggiunge il suo culmine, eppure ancora non basta e in larga parte affloscia il brano, che si chiude improvvisamente lasciando nell’aria un’ultima nota di sonar.
VOTO: 9.THE BLACK SEAApertura di grande atmosfera con sequenziamenti di campioni, su cui cesella Rothery con obbligati di chitarra pulita con profondo effetto chorus. Anche a causa della presenza di suoni di organi con Leslie veloce, l’atmosfera ha un qualcosa di pinkfloydiano. Belli i ritornelli con assolo: il primo, quasi un obbligato, direi a firma Rothery; il secondo certamente di Hackett con sostegno infinito e note in legato, a cui segue un bel duetto armonizzato prima della ripresa del bellissimo tema principale di Rothery, che viene rieseguito più volte in un crescendo orchestrale. Superfluo dire che la batteria avrebbe potuto sottolineare molto meglio i passaggi più rilevanti del pezzo. Chiusura in cui prima Rothery poi Hackett ripresentano il tema principale, e poi duettano all’unisono e in contrappunto, prima di alcune belle note malinconiche conclusive.
VOTO: 9.PACIFIC COAST HIGHWAYUnico brano di cui ho la certezza assoluta nell’attribuire la paternità della proposta ad Hackett. Mi duole dire che non mi piace molto e che lo trovo molto fuori posto nel contesto di questo disco. Certamente c’è una bella esibizione di Hackett all’armonica, e anche un bel lavoro d’organo Hammond in alcuni passaggi, ma non mi sembra una conclusione consona per questo disco. Molti assoli di Hackett sono facilmente riconoscibili per via dell’uso intenso del
whammy. Più bello il finale, su arpeggi che attribuirei ad Hackett, mentre entrambe le “famiglie estese” Hackett e Rothery vocalizzano in coro. Note finali affidate al flauto del Mellotron.
VOTO: 6 politico (più che altro per via del bel finale).